Leggi il contesto storico del 1989
Il 1989 non è semplicemente un anno di transizione, ma il momento in cui le crepe nelle fondamenta del rock si allargano fino a far tremare l’intero sistema, preparando il terreno per la rivoluzione degli anni Novanta. Se l’anno precedente era stato quello della massima espansione del metal, il 1989 rappresenta contemporaneamente il culmine commerciale di alcune delle sue correnti più popolari e l’inizio di una trasformazione profonda che avviene soprattutto lontano dai riflettori. È l’epilogo dorato di un decennio e, allo stesso tempo, l’alba di qualcosa di radicalmente nuovo: mentre il glam e l’hard rock raggiungono alcuni dei loro maggiori successi, il thrash diventa più tecnico e ambizioso, il death metal conquista una propria identità, il progressive si rinnova e nuove contaminazioni cominciano a mettere in discussione i confini stessi della musica pesante.
Sulle vette delle classifiche e nelle rotazioni di MTV, i giganti dell’hard rock e del pop metal vivono ancora una stagione trionfale, anche se l’eccesso di lacca, trucco e pose da rockstar comincia lentamente a mostrare i primi segnali di saturazione. I Mötley Crüe, dopo essersi lasciati alle spalle gli eccessi più distruttivi della loro carriera, pubblicano Dr. Feelgood, un concentrato di riff, cori e produzione scintillante che diventa il loro unico album capace di raggiungere il primo posto della Billboard 200 e il maggiore successo commerciale della loro carriera. Gli Aerosmith rispondono con Pump, uno dei grandi classici dell’hard rock americano di fine decennio, mentre gli Skid Row irrompono sulla scena con il loro album omonimo, trascinati dalla voce esplosiva di Sebastian Bach e da un’attitudine più aggressiva rispetto a buona parte dei concorrenti: il disco raggiunge il sesto posto della Billboard 200 e finirà per ottenere cinque volte il platino negli Stati Uniti. I Warrant conquistano le classifiche con Dirty Rotten Filthy Stinking Rich, i L.A. Guns confermano la propria anima sleaze con Cocked & Loaded, i Faster Pussycat accentuano il lato sporco e stradaiolo con Wake Me Up When It’s Over, mentre i Tesla pubblicano The Great Radio Controversy, dimostrando che il successo commerciale può ancora convivere con un hard rock dal carattere blues e con una scrittura tutt’altro che artificiale. Il panorama è ormai sterminato. I Great White raggiungono il loro apice con …Twice Shy, trainato dalla fortunata rilettura di “Once Bitten, Twice Shy”, mentre i Badlands, formati dall’ex chitarrista di Ozzy Osbourne Jake E. Lee e dal cantante Ray Gillen, recuperano nell’omonimo debutto una dimensione più blues e muscolare. I Blue Murder di John Sykes portano il virtuosismo chitarristico e l’hard rock melodico verso una dimensione più sofisticata con il loro omonimo album, mentre i Dangerous Toys ed Extreme rappresentano due facce differenti della nuova generazione americana: più ruvida e stradaiola la prima, più tecnica, funky e imprevedibile la seconda.
La melodia da classifica tocca così uno dei suoi vertici. Il supergruppo Bad English porta la power ballad “When I See You Smile” al primo posto negli Stati Uniti, mentre Alice Cooper vive una delle rinascite più clamorose della propria carriera con Trash, trascinato dal successo planetario di “Poison“. I W.A.S.P., invece, sorprendono con The Headless Children, abbandonando buona parte delle provocazioni più esplicite degli esordi per sviluppare un sound più cupo e affrontare tematiche politiche e sociali. I Whitesnake affidano una parte importante del proprio nuovo corso alla chitarra virtuosistica di Steve Vai e pubblicano Slip of the Tongue, portando all’estremo la dimensione spettacolare e tecnica dell’hard rock di fine decennio. I Kingdom Come tentano di replicare il successo dell’esordio con In Your Face, mentre gli Stryper proseguono la propria particolare fusione tra heavy metal melodico, hard rock e immaginario cristiano. Il modello hair metal è ormai così diffuso da sembrare quasi onnipresente, ma proprio questa sovrabbondanza comincia a renderne evidente la saturazione.
E mentre il glam continua a dominare il mercato, il vecchio heavy metal non è affatto morto. Al contrario, alcune delle sue formazioni più importanti cercano nuove strade. I Black Sabbath, con Tony Martin alla voce, pubblicano Headless Cross, uno dei capitoli più riusciti della loro fase post-Ozzy, recuperando atmosfere oscure, riff pesanti e una dimensione solenne che li riporta idealmente alle proprie radici. I Candlemass, con Tales of Creation, proseguono la loro straordinaria esplorazione dell’epic doom, mentre i Savatage compiono una trasformazione decisiva con Gutter Ballet: il pianoforte, la teatralità, il dramma e le strutture sempre più elaborate spostano la band verso una forma di metal progressivo e teatrale che diventerà fondamentale negli anni successivi. Doro Pesch, con Force Majeure, consolida invece una carriera solista che conferma la presenza sempre più importante delle donne all’interno della scena heavy internazionale.
Anche la tradizione tedesca attraversa un momento di trasformazione. Gli Accept tentano di adattarsi al mercato americano con Eat the Heat, unico album della band con David Reece alla voce, un esperimento che non riuscirà a ripetere la formula vincente dell’epoca di Udo Dirkschneider ma che testimonia la pressione esercitata dal nuovo mercato sul metal classico. Al contrario, gruppi come Rage, con Secrets in a Weird World, continuano a costruire nell’underground europeo una forma di heavy sempre più tecnica e personale. Il metal tradizionale non sta scomparendo: sta semplicemente perdendo il monopolio dell’attenzione.
Sotto questa superficie ancora scintillante, il thrash metal vive infatti una straordinaria maturazione. Il genere non ha più bisogno di dimostrare soltanto quanto possa essere veloce: ora vuole essere tecnico, complesso, atmosferico e persino progressivo. Il baricentro si sposta sempre più decisamente verso il Brasile, dove i Sepultura sconvolgono la comunità internazionale con Beneath the Remains, un devastante equilibrio tra precisione chirurgica, velocità e violenza primordiale. L’album porta la band di Belo Horizonte a un nuovo livello internazionale e dimostra che il metal estremo non è più un fenomeno esclusivamente angloamericano. In Germania il thrash teutonico raggiunge una delle sue vette con Agent Orange dei Sodom, mentre i Kreator affinano ulteriormente la propria aggressività con Extreme Aggression.
Negli Stati Uniti, la Bay Area e la costa orientale continuano a produrre materiale di altissimo livello. I Testament mostrano una straordinaria maturità compositiva con Practice What You Preach, gli Exodus trasformano il mosh pit in una celebrazione quasi goliardica con Fabulous Disaster e “The Toxic Waltz“, mentre gli Overkill raggiungono uno dei vertici della loro carriera con The Years of Decay, nel quale la furia tipica della band del New Jersey convive con composizioni più lunghe, oscure e articolate. I Nuclear Assault accentuano la componente crossover e politica con Handle with Care, mentre i Dark Angel spingono la complessità verso territori ancora più estremi con Leave Scars.
Il 1989 è anche l’anno in cui il technical thrash assume una fisionomia sempre più precisa. I canadesi Annihilator debuttano con Alice in Hell, straordinario concentrato di riff chirurgici e virtuosismo chitarristico guidato da Jeff Waters. I Coroner, con No More Color, fondono thrash, tecnica e progressive in una delle interpretazioni più sofisticate del genere, mentre gli americani Toxik pubblicano Think This, spingendo velocità, cambi di tempo e virtuosismo verso una complessità quasi prog. I Morbid Saint, con Spectrum of Death, rappresentano invece il lato più selvaggio e feroce di questa evoluzione. A rendere ancora più particolare il panorama ci pensano i Voivod, che con Nothingface abbandonano definitivamente ogni possibilità di essere classificati come semplice thrash band e costruiscono un universo sonoro fantascientifico, psichedelico e progressivo.
Ma mentre il thrash raggiunge questa sofisticazione, nei sotterranei prende forma una rivoluzione ancora più radicale. Il death metal non nasce improvvisamente nel 1989: le sue radici affondano nella scena estrema della prima metà del decennio e nella lezione di gruppi come Possessed e Death. È però proprio nel 1989 che il genere compie un salto decisivo verso una propria autonomia artistica e internazionale. La Florida diventa uno dei suoi centri fondamentali. I Morbid Angel debuttano con Altars of Madness, un album destinato a diventare uno dei monumenti dell’estremo, nel quale la tecnica di Trey Azagthoth, la batteria di Pete Sandoval e la voce di David Vincent trasformano velocità, brutalità e atmosfera occulta in qualcosa di completamente nuovo.
Gli Obituary, con Slowly We Rot, percorrono invece una strada più primitiva e soffocante: riff pesantissimi, ritmiche lente e paludose e il growl inconfondibile di John Tardy contribuiscono a definire una delle forme più riconoscibili del death metal americano. Gli Autopsy, con Severed Survival, accentuano ulteriormente il lato putrido, morboso e rallentato del genere, gettando le basi per future contaminazioni con il doom. Nei Paesi Bassi, i Pestilence pubblicano Consuming Impulse, portando il death metal europeo verso una maggiore complessità, mentre gli Atheist, con Piece of Time, dimostrano già quanto la musica estrema possa essere tecnica, articolata e imprevedibile.
La rivoluzione non è però soltanto americana. Gli inglesi Bolt Thrower pubblicano Realm of Chaos, portando il death metal verso una dimensione più pesante, marziale e monumentale, mentre i Carcass con Symphonies of Sickness estremizzano il lato gore del death e del grindcore. I Terrorizer, con World Downfall, condensano invece velocità estrema, violenza e attitudine punk in un album destinato a diventare uno dei riferimenti fondamentali per il grindcore e per l’evoluzione del metal estremo degli anni Novanta. Ancora più radicale è il caso dei Repulsion: Horrified, pur provenendo da un circuito underground quasi invisibile al grande pubblico, diventa uno dei dischi fondamentali della futura contaminazione death-grind. L’estremo non è più una singola corrente: sta rapidamente diventando un universo autonomo.
Anche l’Italia lascia un’impronta particolare in questa trasformazione. I Death SS di Steve Sylvester pubblicano Black Mass, un lavoro nel quale horror, occultismo, teatralità e heavy metal si fondono in una formula profondamente personale. Il disco conferma la posizione della band come una delle realtà più eccentriche e riconoscibili della scena italiana, e il suo immaginario contribuisce a costruire una via europea al metal oscuro e teatrale.
Parallelamente, la vecchia scuola dell’heavy e del power metal prepara un’altra rivoluzione. I Blind Guardian pubblicano Follow the Blind, accentuando la componente speed e introducendo una ricchezza melodica sempre maggiore, mentre i Running Wild consolidano definitivamente la propria identità piratesca con Death or Glory. Gli Helstar portano il power/speed americano verso territori oscuri e teatrali con Nosferatu, mentre i Viper brasiliani pubblicano Theatre of Fate, mostrando quanto la scena sudamericana stia diventando importante anche sul versante melodico. Non è ancora il power metal sinfonico pienamente codificato degli anni Novanta, ma le fondamenta sono ormai solide.
La spinta verso la complessità concettuale ed espressiva trova terreno fertile soprattutto nel progressive. Una giovane band di Long Island chiamata Dream Theater entra sul mercato con When Dream and Day Unite, ponendo la prima pietra di quello che diventerà uno dei percorsi più importanti del progressive metal moderno. L’album non ottiene ancora un grande successo commerciale, ma l’approccio di John Petrucci, John Myung, Mike Portnoy e Kevin Moore mostra già una concezione strumentale e compositiva destinata a diventare fondamentale. I Fates Warning compiono contemporaneamente un passo decisivo con Perfect Symmetry, nel quale le strutture progressive diventano ancora più complesse e l’heavy tradizionale viene definitivamente superato.
In questo stesso territorio di confine si muovono i King’s X, che con Gretchen Goes to Nebraska fondono hard rock, progressive, funk, soul e sensibilità metal in una formula difficilmente classificabile. È un disco fondamentale per capire quanto il concetto stesso di musica pesante stia cambiando alla fine degli anni Ottanta. Joe Satriani, dal canto suo, porta il virtuosismo strumentale verso un pubblico sempre più ampio con Flying in a Blue Dream, dimostrando che la chitarra può essere protagonista assoluta anche al di fuori delle strutture tradizionali delle band metal. Il virtuosismo degli anni Ottanta non è più soltanto una dimostrazione tecnica: sta diventando un linguaggio autonomo.
E proprio mentre il progressive e il technical metal ampliano i confini della musica pesante, un’altra rivoluzione si sta consumando nell’ombra. I Faith No More pubblicano The Real Thing, il primo album della band con Mike Patton, e grazie a “Epic” dimostrano che metal, funk, rap, tastiere, progressive rock e attitudine alternative possono convivere all’interno dello stesso brano. Non sono gli unici responsabili della nascita dell’alternative metal, ma rappresentano uno dei casi più evidenti di come il concetto di musica pesante stia ormai sfuggendo alle categorie tradizionali.
A Seattle, i Soundgarden pubblicano Louder Than Love, fondendo la pesantezza dei Black Sabbath con l’urgenza del punk e una sensibilità sempre più alternativa. Nello stesso ambiente i Nirvana esordiscono con Bleach, un album ancora lontano dalla rivoluzione commerciale di Nevermind, ma già importante per la formazione di quella scena grunge destinata a sconvolgere il mercato rock. Anche i Pixies, con Doolittle, contribuiscono a creare quel clima di inquietudine e sperimentazione che renderà sempre più fragile il dominio estetico degli anni Ottanta.
La musica industriale, nel frattempo, sta costruendo un altro ponte verso il futuro. I Nine Inch Nails pubblicano Pretty Hate Machine, mentre i Ministry spingono elettronica, ritmiche meccaniche e chitarre distorte verso territori sempre più aggressivi con The Mind Is a Terrible Thing to Taste. Ma è soprattutto Streetcleaner dei Godflesh a rappresentare una svolta radicale: Justin Broadrick e G. C. Green trasformano riff ripetitivi, batteria programmata, rumore e atmosfere oppressive in una forma di musica pesantissima e alienante, anticipando una parte importante dell’industrial metal e delle contaminazioni estreme degli anni Novanta.
Il 1989 è dunque un anno paradossale. Da una parte il glam metal raggiunge uno dei suoi massimi splendori commerciali: Mötley Crüe, Aerosmith, Skid Row, Whitesnake, Alice Cooper, Warrant, Great White e una lunga schiera di band riempiono classifiche, arene e videoclip. Dall’altra, proprio mentre questa gigantesca macchina commerciale sembra invincibile, nei piccoli club, nelle sale prova, nelle etichette indipendenti e attraverso il circuito internazionale del tape trading si sviluppano generi che ne mettono radicalmente in discussione le regole: il death metal diventa una scena autonoma, il grindcore raggiunge nuove forme di estremismo, il thrash si fa sempre più tecnico, il progressive rinasce attraverso nuove generazioni e l’alternative comincia a cancellare il confine tra metal e rock.
È significativo che proprio nel 1989 la Recording Academy istituisca per la prima volta una categoria dedicata all’area hard rock e metal: Best Hard Rock/Metal Performance, Vocal or Instrumental. È un riconoscimento storico, perché certifica quanto la musica pesante sia ormai entrata definitivamente nel sistema dell’industria musicale. Ma il debutto della nuova categoria si trasforma immediatamente in uno dei più clamorosi paradossi della storia del metal. I candidati sono Metallica con …And Justice for All, AC/DC con Blow Up Your Video, Iggy Pop con “Cold Metal”, Jane’s Addiction con Nothing’s Shocking e i Jethro Tull con Crest of a Knave. Tutti si aspettano che il premio finisca nelle mani dei Metallica, ormai simbolo internazionale della nuova generazione metal, ma quando Alice Cooper apre la busta alla cerimonia del 22 febbraio il nome del vincitore è quello dei Jethro Tull. La sorpresa è enorme: la band inglese, guidata dal flauto di Ian Anderson e più comunemente associata al progressive e al folk rock, viene considerata da molti il candidato meno appropriato per una categoria che dovrebbe celebrare hard rock e heavy metal. I Jethro Tull non sono nemmeno presenti alla cerimonia, perché il loro management è convinto che non abbiano alcuna possibilità di vincere; in sala arrivano fischi e proteste, mentre la stampa comincia a parlare di una clamorosa incomprensione da parte della Recording Academy. La polemica diventa talmente forte da costringere l’Academy a rivedere la propria impostazione: dal 1990 hard rock e metal vengono separati in due categorie distinte. E il primo Grammy della nuova categoria Best Metal Performance va proprio ai Metallica per “One”, quasi a correggere simbolicamente l’errore dell’anno precedente. I Jethro Tull, dal canto loro, reagiscono con grande ironia: la loro etichetta pubblica su Billboard una celebre pubblicità con un flauto immerso tra barre d’acciaio e la frase “The flute is a heavy, metal instrument!”. Il paradosso è perfetto: nel momento stesso in cui l’industria riconosce ufficialmente il metal, dimostra di non averne ancora compreso fino in fondo l’identità. E mentre i Grammy cercano di incasellare il fenomeno, la scena più creativa sta già andando nella direzione opposta, verso death metal, progressive, industrial, alternative e nuove forme di contaminazione che sfuggono completamente alle vecchie categorie.
*con il bordo dorato gli album tradotti completamente







































































